Dodici email

 

in Racconti nella rete 2011 (nottetempo, 2001)

E lo leggo nei fondi di caffè, il nome suo.

E lo mastico lentamente, ripetendolo lettera a lettera.

Daniela Conti

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 4 settembre 2010 16:16

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Ti ho pensato. È successo stamattina, nel breve tragitto tra la camera da letto e il bagno. Certe volte mi capita ancora: mi ritrovo a pensarti, così, senza volerlo. È una cosa naturale, mi hanno detto. È una cosa che poi passa. Seduto sulla tavoletta del water, stamattina presto, mi sono chiesto: «Chissà se sei sveglio». Un pensiero inutile, me ne rendo conto. Poi mi sono morso a sangue il labbro per punirmi; ho tirato via con gli incisivi una strisciolina di pelle sottile sottile. Tu mi rimproveravi sempre di questa brutta mania che ho. Dicevi che le ferite che mi procuro, a lungo andare, non guariranno mai del tutto. L’idea non mi dispiaceva, e non mi dispiace neanche adesso: di questi tagli qua mi rimarrà il segno. Ti ho pensato stamattina. Un pensiero inutile, un pensiero che non vuol dire niente, un pensiero che non vuol dire che… Un pensiero che va via con l’acqua. Un momento dopo mi sono lavato il viso e non ci stava più.

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 13 luglio 2010 23:50

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Ho sempre odiato indagare. Lo faceva mia madre quando tenevo quattordici anni e lei si metteva a leggere i miei quaderni. Odiavo quelle piccole invasioni, mi facevano sentire sporco. Odiavo lei, a quattordici anni. Una volta te lo raccontai questo fatto, e tu mi dicesti che ero io a non capire: mia madre voleva solo sapere se aveva un figlio maschio o ricchione. Ti ho odiato, quella volta. Poi tu ti mettesti a ridere, come sempre, e non ti dissi nulla.

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 15 luglio 2010 23:10

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Tu te lo ricordi il primo bacio nostro? Io sì, benissimo. Non mi ricordo di preciso dopo quanto è successo. Ci potevamo conoscere, che so, da una settimana, dieci giorni al massimo. Stavamo nel sottoscala dell’università. Ci puzzava di piscio là sotto. Tu mi baciasti, senza chiedermi il permesso. E mi ricordo pure che mi fece schifo, questo primo bacio nostro: c’avevi una lingua troppo grossa, non lunga ma larga, rasposa, una lingua da vecchio. Io affogavo nella saliva e chiudevo gli occhi: «Mo’ passa», mi dicevo. È cominciata così, con una sensazione di vomito in gola e una puzza di piscio che non si poteva respirare là sotto. Forse sono io che storpio le cose, che me le voglio ricordare a questa maniera. In ogni caso, è così che voglio iniziarla quest’altra giornata, col ricordo tuo: tu che mi baci, e io che soffoco e dico «Mo’ passa».

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 16 luglio 2010 02:47

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Ci ho messo vent’anni per lavarmi dalla bocca il dialetto di mio padre, di mia nonna. Vent’anni spesi a correggermi gli accenti, le vocali aperte e quelle chiuse. Ogni tanto, quando stavo con te, ancora capitava che mi sfuggisse di dire «ginócchio» anziché «ginòcchio». Te la ricordi quella volta che caddi a faccia avanti sul marciapiede, quella notte a San Lorenzo che stavamo ubriachi tutti e due e non la finivamo mai di ridere? Io ti dissi che mi ero sbucciato un «ginócchio» e tu per le risate non ce la facesti manco a tirarmi su dalla strada. Così facevi sempre: io cascavo e tu ridevi; io dicevo «Guarda che mi so’ fatto male veramente» e tu ridevi ancora di più, non la finivi mai. Ci ho messo vent’anni per togliermi di dosso il dialetto di mio padre. Mi ha sempre fatto ribrezzo parlare come lui. Non ci volevo avere niente a che fare con il posto dove abitavamo: mi faceva schifo. Ho speso vent’anni per imparare a distinguere la «ó» chiusa da quella aperta. Mo’ nun m’a ricord’ cchiù ‘sta differenza.

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 19 luglio 2010 10:19

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Eri bello, tu. Me la ricordo bene la prima volta che ti ho visto. Parlavi con altri due ragazzi, davanti allo sportello della segreteria. Facevi grandi gesti con le mani, preso com’eri dalla conversazione. Quelle mani tue che ti baciavo, la notte, mentre dormivi. Non ti accorgesti di me, quella mattina. Non ti accorgi mai di niente, tu. Quattro anni. Quattro anni non sono pochi e non sono tanti. Cinque per me, perché sai che io conto pure quell’anno che venivo a seguire le tue lezioni, solo per vederti. Tu non hai mai notato che ti stavo seduto dietro. Guardavi solamente avanti, tu. Quattro anni – cinque per me –, non sono un giorno e non sono una vita. Sono un tempo intermedio. Né troppo, né troppo poco. «Un tempo sufficiente», dico io. Sufficiente per crescere (e io sono cresciuto insieme a te). Sufficiente per farsi male. Sufficiente pure per farsi del bene. Tenevo ventidue anni, quando t’ho incontrato. Tenevo ventidue anni la prima volta che… «Che vuoi che si capisca dell’amore a ventidue anni?», così mi dicevi sempre tu, quando volevi fare a forza quello più grande, quello maturo, quello che si stava per laureare, quello che già lavorava e aveva casa. Quante volte me lo avrai ripetuto che non ne sapevo niente, io, dell’amore? Me lo dicesti pure quella notte a San Lorenzo; quella notte che, arrivati a casa tua, ti ho fatto entrare per la prima volta. Mi facesti male, e non dissi niente: «Mo’ passa», pensai, per tutto il tempo.

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 1 agosto 2010 19:43

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Non mi fa effetto più incontrarti. Stai bene, non stai bene, che hai fatto in queste settimane: non mi interessa saperlo. Tanto mi basta guardarti in faccia. Stai male, è vero? Io no, io bene. Appena un po’, ma bene. Io e te ce le possiamo pure non dire queste cose qua. Ci bastano gli occhi. I miei li sai leggere ancora. Io pure, i tuoi. Adesso però ci porti dentro qualcosa che non riconosco, mi fa quasi paura guardarti. Non siamo cambiati poi tanto, eppure, guardaci oggi: uno di fronte all’altro, un incontro casuale; mezzo metro di mattonato a dividerci davanti all’entrata della metro A; un mezzo metro di distanza che ci fa sembrare due soldati a sorvegliare fronti diversi. Non portiamo divise, e ci sentiamo confusi: siamo nemici o fratelli?

Quanto è passato adesso? Tre mesi. Ti ho mandato dieci giorni fa la lista delle cose che mi servono: non è tanta roba, un viaggio in macchina, forse due, e ci togliamo l’impiccio. Anzi, guarda, i libri te li puoi pure tenere, tanto li ho letti già tutti e tu sai che io non rileggo. Non rileggo manco le e-mail che ti spedisco, neanche gli auguri di Natale dell’anno passato. Ecco, forse il romanzo di Tondelli, quello no, quello me lo devi ridare. Quello non l’ho letto ancora. Non fa niente che me lo hai regalato tu, una settimana prima di…

Mi ha fatto piacere vederti oggi. Sei bello, bello sempre. Non come a me che mi sto facendo brutto. Lo so, mi sto sciupando, me lo dicono tutti. Giulia dice che mo’ che mi sono così tanto dimagrito sembro un vermicello, di quelli lunghi lunghi e trasparenti che ci puoi vedere attraverso. Fa ridere, è vero? E tu ridi sempre, ridi di tutto. Ridevi pure quando cascavo per terra e mi facevo male per davvero. Ridevi pure quel giorno che mi camminavi avanti; io ti urlavo contro, ti ricorrevo, poi mi fermai, ti chiamai ma tu niente, neanche ti voltasti: l’ultimo ricordo nostro che ho. Non ci siamo neppure salutati. Neanche un addio. Ma come ci siamo arrivati fino a qua? Tu lo sai? Io non me lo ricordo più.

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 5 agosto 2010 00:50

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Ci stanno certe sere, sere tutte uguali, che non riesco a mettere in fila i pensieri, che non mi ricordo più quello che è venuto prima e quello che è successo dopo. La testa mi si fa pesante, la confusione è troppa e non mi ritrovo più neanche dentro casa: mi perdo, perdo fiato. Ci stanno certe sere, come questa qua, che per fare ordine mi ritrovo a scrivere sul muro «Ma perché?». Ci stanno certe sere che non posso prendere sonno, che il letto nostro mi sembra troppo grande, che seppure allungo i piedi fino a toccare l’altra sponda non riesco mai a riempirlo tutto il materasso – e che me ne faccio io, mo’, di un letto così grande? –. Allora mi alzo, mi affaccio dalla finestrella piccola del bagno, mi metto a sentire i rumori della strada: sotto palazzo ci sta uno che bestemmia la Madonna e l’antifurto di una Clio che suona e non si ferma più. Mi fumo le ultime sigarette rimaste nel pacchetto: diciassette, diciotto, diciannove, venti – ma perché ho preso a contarle? –. Alla fine vengo qua, al computer, per scriverti che pare che solo a me non mi passa. Ci vuole tempo, mi hanno detto, ci vuole pazienza, ma io non ce l’ho tutto questo tempo, tutta questa pazienza. A me mi pare di non respirare più, da quando noi…

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 19 agosto 2010 12:27

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Ti ho mandato sette e-mail, sette contate. Sette di numero, sette in tutto, in questi tre mesi. Ma tu non leggi, non leggi mai quello che scrivo, neppure se te lo mando copiato e incollato dentro a una e-mail. Quante volte me lo sono chiesto: ma perché non mi legge? Forse gli fa schifo come scrivo, e se è così magari ha anche ragione. Tu lo sai che io dubito dei complimenti. A me non mi piace come scrivo. A mi piace scrivere «a me mi», e secondo me non è manco un errore: è più bello. Tu mi dicevi sempre che a nessuno piace mai quel che scrive, sono gli altri a doverne dare un giudizio. Ma allora perché tu questo giudizio non me lo davi mai? Soltanto una volta mi hai detto «bravo», e solo perché quel racconto me lo avevano pubblicato. Io quel «bravo» me lo sono cucito in petto, come faceva mia nonna coi soldi di carta: si faceva una taschina di garza e se la cuciva dentro la camicia, coi soldi appallottolati dentro, e quando li ritirava fuori doveva passarci sopra il ferro da stiro per toglierci le pieghe. Quando l’abbiamo spogliata e messa dentro la cassa, le abbiamo trovato addosso quasi tre mila euro. Quando mi ci metteranno a me, invece, dentro a questa tasca qua ci troveranno solo un «bravo» stropicciato, e nessuno si ricorderà più per quale motivo lo portavo cucito in petto.

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 21 agosto 2010 15:34

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Ci stanno cose che mi succedono. Cose nuove, qualche volta belle, e certe volte mi volto, convinto di trovarti ancora affianco a me, per raccontartele. Cose che mi stanno cambiando. Perché in questi tre mesi di separazione, da quando abbiamo smesso di parlarci anche solo per telefono, ho avuto il tempo sufficiente per rinnovare ogni singola cellula del mio corpo. Ci stanno cose nuove, cose cretine anche: l’altro giorno mi sono comprato un foulard che non ti sarebbe piaciuto. Ci sta un bosco di ibiscus disegnato sopra e un colibrì che va di corolla in corolla. Un foulard che «fa ridere i polli» – così m’avresti detto tu, e io me lo sarei messo soltanto per farti dispetto –.

Ci stanno cose che ti vorrei raccontare, perché tu hai sempre saputo tutto di me. È successo ieri sera. Ci siamo conosciuti in un locale dove noi non siamo mai andati insieme, un locale sulla Casilina. Tu lo sai che a me non mi piace andare in questi posti qua, mi sento sempre fuori luogo, non so mai come comportarmi. Ieri sera è stato diverso. Ho ballato. Bevuto più del dovuto. Poi ci ho scopato, in macchina, nel parcheggio. Non mi è piaciuto più di tanto; è stato solo per farti dispetto, come per il foulard.

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 21 agosto 2010 19:02

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Ho sempre odiato indagare. Mia mamma lo faceva, quando tenevo quattordici anni, e io la odiavo per questo. Quattro mesi di relazione. Un giro di scopate lo avrei digerito meglio, avrei fatto finta di niente, «Mo’ passa» avrei pensato, e me la sarei scordata ‘sta cosa tua. Invece no, quattro mesi non sono una scopata: sono una storia. Ho sempre odiato indagare. Si chiama Dino Gagliardo, trentasette anni residente a Roma in via Palestro settantadue (me lo sono imparato a memoria): il tuo datore di lavoro. Ci ho messo vent’anni per lavarmi dalla bocca il dialetto di mio padre. Adesso me le ricordo una per una quelle male parole che in tutto questo tempo mi sono sforzato di dimenticare.

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da: nevrotico84@infinito.com

a: orfeomalato@libero.it

Data: 4 SETTEMBRE 2010 18:08

Oggetto: Re: Qualcosa di mio

Stamattina ho pensato che… Che forse sono io che storpio le cose, che mi voglio ricordare solo il male, che ti voglio vedere più bello e più cattivo di quanto sei. Forse non è vero niente di quello che dico e scrivo. Forse quel «bravo» che ti chiedevo tu me lo hai detto più di una volta, sono io che non me lo ricordo; magari ogni volta che andavamo a una presentazione, e tu ti andavi a sedere in fondo alla sala perché ti vergognavi di guardarmi mentre leggevo. Forse, a un certo punto, tu t’eri solo stufato, distratto o confuso, e a me questo cazzo di stufamentodistrazioneconfusione mi è sembrata una cattiveria troppo grossa. Tu non sei mai stato così cattivo come io adesso ti racconto a chi mi chiede e non ti conosce. Ma un poco di male me lo hai servito lo stesso. Il resto ce l’ho aggiunto io, per condimento.

Ti penso. Mi capita ancora, certe volte, la mattina presto. Poi mi mordo a sangue il labbro, per punirmi. È normale, mi hanno detto. Fa male, fa male ancora. È normale. Prima o poi mi passa.

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da: orfeomalato@libero.it

a: nevrotico84@infinito.com

Data: 13 luglio 2010 23:00

Oggetto: Qualcosa di mio

Guarda che dentro a quel libro che ti ho ridato (quel libro che è l’unica cosa che hai voluto indietro, quello che ti ho regalato io, il romanzo postumo di Tondelli); dentro a quel libro, appuntate a matita sul frontespizio con un asterisco che rimanda all’ultima pagina, ci stanno scritte le mie parole. Tutte quelle che non mi hai dato il tempo di mettere dentro a un discorso. Tutte quelle che, sommate a queste, fanno un addio.

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