La questione delle tre C, ovvero Casa Coppia Convivenza… che sia tutta colpa dell’opzione “condividi” su Facebook?

convivere-insieme[TRACK #53: Sophie Ellis Bextor, I won’t change you]

Mercoledì 23 gennaio.

Temperature polari in città: per il weekend è prevista pioggia, pioggia, pioggia e, come se non bastasse, altra pioggia. Ancora avvolto nel caldo delle lenzuola di flanella, mi domando “a quando piaghe e cavallette?”. È un pigro principio d’inverno, questo, con poca voglia di metter piede fuori dal letto e con poche novità da mettere in elenco, se non:

–        lavoro;

–        esco poco la sera;

–        mangio quando e quel che capita;

–        sto ancora con D.

Proprio ora sono nel suo appartamento. Sono le nove del mattino e non abbiamo ancora fatto colazione. Dormo qui da più di cinque giorni. I sette mesi di relazione accumulati finora mi hanno offerto il beneficio di uno scaffale nel suo armadio e una copia delle chiavi. Si direbbe che le cose procedono a meraviglia, se non fosse che stamane, prima ancora del caffelatte, a D. non fosse venuto in mente di servirmi molto più di un cornetto alla crema:

“Che ne diresti di andare a vivere insieme?”

Sollevando fiaccamente la testa dal cuscino, ancora immerso nella nebulosa dei miei sogni, lo guardo senza grosse espressioni. “Fa sul serio?” mi domando. Incapace di proferire verbo, mi limito a sorridergli timidamente. Questa mia prima reazione, evidentemente, lo incoraggia a proseguire il discorso.

“Potremmo prenderci un appartamentino a Ponte Lungo, farebbe comodo a entrambi per raggiungere l’ufficio. Due stanze, un salotto, una cucina… insomma, una casa grande abbastanza per noi due”.

Sì, fa sul serio”, mi rispondo.

Quel che segue è una scena degna del peggiore telefilm di quarta serie: corro in bagno a vomitare… letteralmente! Ma ben celando l’intento con un innocente “Vado a lavarmi i denti”.

Più tardi, avviandomi verso casa, apro d’istinto una conversazione a tre su WhatsApp con i miei amici Manuel e Paolo:

IO: D. mi ha chiesto di andare a vivere insieme…

PAOLO: D.?

MANUEL: Che bello, sei felice?

IO: Ho vomitato!

MANUEL: 😥

PAOLO: …

Ecco l’argomento dell’anno: la convivenza.

Pare che si stia diffondendo in città più veloce della febbre gialla.

Amici che si sposano, altri che vanno a convivere, altri ancora che mettono su famiglia. La mia amica Irene, ad esempio, ha appena avuto un bimbo. Giulia e Alessandro, invece, hanno preso in affitto una casetta in campagna (in campagnaaaaaaa?). Stefania e Nour, amiche storiche, non fanno testo: vivevano con i loro rispettivi partner già prima che le conoscessi, ma di certo sentir ogni tanto Stefy parlare di matrimonio non mi lascia indifferente.

E che dire di Lemon, la mia scalmanata amica di tante serate fuori di testa? Accoppiata anche lei, stabilmente, ospite fissa del suo Tommaso al Flaminio. Insomma, sembra che, superata la questione del secondo spazzolino nel bicchiere di cui parlavo mesi fa, le cose abbiano preso per tutti un’impennata clamorosa.

A quanto pare, quest’inverno le convivenze vanno di moda molto più degli stivali borchiati.

E in tutto questo… io?

Sono pronto, io, a pronunciare il fatidico “Sì, voglio vivere con te”. E, soprattutto, cosa dovrebbe rendermi adatto/pronto a un passo del genere?

A mio parere, per determinate cose ci si deve esser portati. A questo mondo ci sono persone che nascono con nel DNA il fattore C.C.C., ovvero Casa Coppia Convivenza; altre, invece, che nascono con quello che va sotto la sigla S.S.S., ovvero Single Sempre Single. Per svariate ragioni, io, neanche a dirlo, credo di appartenere – decisamente – alla seconda categoria.

Sono infatti troppo affezionato ai miei spazi e alla mia libertà da poter, a un certo punto, rinunciarvi. Per farla breve, sono il tipo di persona (un tipaccio, va detto) che quando rientra in casa è felice di guardarsi intorno e di dire “questo è mio, questo è mio e quest’altro pure”. La singletudine è per me uno state of mind, più che una condizione sociale/emotiva.

D. deve aver picchiato la testa, non c’è dubbio.

Cosa può aver visto in me di tanto buono da desiderare di “vivermi” ventiquattro ore su ventiquattro?

Insomma, voglio dire…

–        bevo succo di frutta direttamente dal cartone;

–        mi prendo tutto lo spazio nel letto;

–        spendo il 45% del mio stipendio in vestiti;

–        non amo cucinare;

–        non so fare il caffè;

–        ordino cibo da asporto quasi tutte le sere;

–        non so prendermi cura neppure di un gatto;

–        la responsabilità più grande di cui sia in grado di farmi carico è coltivare piante grasse a bassa manutenzione… meglio ancora se di plastica!

Come se tutto questo non bastasse, non amo condividere neppure le briciole nel piatto.

La condivisione la trovo appena sopportabile sui social network… che sia tutta colpa dell’opzione “Condividi” su Facebook?

Mi domando, a questo punto, sono io a essere un mostro o sono gli altri a essere perfetti?

Sono davvero così incapace del lieto fine?

Mente rimugino ancora sulla questione, mi arriva un SMS di D.

“Tutto bene?”

“Sì”.

“Sì, cosa?”

“Sì, sto bene. No, invece, per la proposta di convivenza. Mi vuoi lo stesso?”

“Sì”.

“Sì, cosa?”

“Sì, che ti voglio… anche se non mi vuoi con te ventiquattro ore su ventiquattro”.

Ed è a questo punto che vorrei che si chiudesse la scena, mentre si appresta a piovere di nuovo e sullo schermo compare un modesto “E vissero per sempre felici e contenti, seppur ognuno a casa sua”.

[THE END]

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