L’importanza di chiamarsi D., ovvero la nostalgia ha un pessimo gusto

[TRACK #39: P!nk, Just give me a reason]

Facendo le pulizie, oggi ho notato che nel ripostiglio c’è uno scatolone ancora imballato, residuo dell’ultimo trasloco. Lo apro e dentro ci trovo una lunga serie di cianfrusaglie: l’abat-jour che avevo nella mia prima casa, un sacchetto di conchiglie, una selezione di biglietti d’auguri e una piccola Tour Eiffel, souvenir d’un viaggio in coppia mai realizzato: alla fine lui partì lo stesso, io invece rimasi a terra a guardarlo decollare.

Mi domando per quale ragione mi sia trascinato dietro tutto questo ciarpame: la lampada è rotta e comunque orrenda; le conchiglie sono di una pacchianeria imbarazzante; ai biglietti, invece, non sono particolarmente legato; e Parigi, poi, non l’ho mai vista e non credo di volerla visitare, almeno per il momento.

E, dunque, perché tutti questi gingilli sono ancora qua, inutili e inutilizzati, se non per confermare il fatto che sono totalmente incapace di liberarmi del passato? Non sarebbe più facile riunirli e gettarli tutti assieme nella spazzatura?

Si dice che il pensiero di un uomo sia innanzitutto la sua nostalgia. Mi domando allora se sia lecito essere perennemente nostalgici o, peggio ancora, perennemente ancorati a qualcosa che è stato e che non è più. Per farla breve:

Quand’è che ci decideremo a fare posto al nuovo, liberandoci definitivamente del vecchio?

Troppi punti interrogativi in troppe poche righe. Meglio rallentare.

Qualche giorno fa D. mi ha confidato che con buone probabilità dovrà trasferirsi a Modena per lavoro: a un contratto bancario full time non si può davvero dire di no. Nonostante la fine della nostra relazione, ci sentiamo ancora saltuariamente. Qualcuno ha detto di me che sono il miglior ex del mondo: amico una volta, amico sempre. Forse è così che ho trovato un compromesso tra la mia atavica fobia delle relazioni a lungo termine e la mia altrettanto atavica nostalgia: la formula “amici come prima” sa essere un buon surrogato alla più tradizionale “finché morte non ci separi”.

Distolgo gli occhi dallo scatolone e, seduto sul pavimento dello sgabuzzino, mi soffermo a pensare: perché mi fa così effetto sapere che molto presto lascerà Roma?

La cosa più irrazionale in tutto questo sta nel fatto che tra noi ormai è finita: sono stato io a volerlo. E poi adesso sto con Stefano. E non mi manca nulla con lui. E non mi manca D.

Eppure il pensiero di saperlo là, solo nel suo appartamento, forse intento a imballare libri e cd, mi distrugge. Conosco la sua connaturata tropofobia, e conosco anche il suo amore per questa città. D. non lascerebbe mai Roma. Se qualcosa ci ha uniti fino a poco fa, è stata proprio questa radice comune: l’incapacità di vivere altrove. E ora, cosa accade? E, soprattutto, da dove ha origine questa mia “apprensione” nei suoi confronti?

Quel che è certo – e l’ho compreso poco fa – è che la nostra non è stata una semplice frequentazione. Quella con D. è stata una storia importante, talmente importante da richiedere una tag specifica nel piccolo ecosistema di questo blog. Seppur non ci si può dire innamorati di un uomo che si conosce da appena quattro mesi, non ci si può dire neppure pronti a lasciarlo andare con la più totale indifferenza.

Mi domando, a questo punto, per non sembrare ingiusto con me stesso e incoerente con le scelte prese:

Perché, seppur ci diciamo pienamente soddisfatti del presente, non siamo mai indifferenti al passato?

E, soprattutto, fino a che punto è lecito avere nostalgia di ciò che appare chiaramente irrecuperabile?

A questo penso, mentre getto nel bidone dell’immondizia la mia piccola collezione di e/orrori passati. Infine, compongo sul cordless il numero di Stefano. In bilico perenne tra passato e presente, mi accordo con lui per la serata: passerà a casa dopo il lavoro.

Forse è davvero arrivato il tempo di nuovi tempi verbali: niente passato e niente presente, meglio il futuro semplice per stasera.

E, del resto, non è con una orrenda abat-jour che ho intenzione di passare la notte, tanto meno i giorni a venire.

Quel che è certo è che la nostalgia ha davvero un pessimo gusto, sia in fatto di tempistica che di arredamento.

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One thought on “L’importanza di chiamarsi D., ovvero la nostalgia ha un pessimo gusto

  1. Credo che in parte la risposta dipenda dal punto di vista con il quale ci pone rispetto alla nostalgia, in pratica è una questione di prospettive multiple.
    Gli oggetti della memoria, così dette cianfrusaglie, rispondono al bisogno di dare una dimensione corporea statica e conservabile dell’attimo che fugge.
    In pratica la memoria usa le sue finestre evocative, che siano ricordi della mente, o fotografie, oggetti, musiche, profumi, lettere, tutto quello che serve a dare uno stimolo sinergico al processo di richiamo e riproduzione di una determinata situazione emozionale passata.
    Ora se ci si limita a pensare che questo riguardi solo il mondo circostante al soggetto, in un dato periodo, ci si dimentichi che allo stesso modo si possa interpretare il ricordo, sia come forma mentale, che come oggetto fisico, come una forma di memoria dello “IO” interiore, o meglio di una sua tappa evolutiva cronologica.
    Escludendo i casi patologici, come il bizzarro disturbo psichiatrico del conservatore-catalogatore, che tende, a tenere ogni cosa, fino a rendere la sua dimora un magazzino invivibile nel quale trova sicurezza, possiamo dire che l’equilibrio tra la tendenza a conservare, o buttare via e andare avanti, rappresenta il migliore compromesso per un sano percorso caratteriale del soggetto.
    La memoria, sia mentale, sia oggettuale, rappresenta una fondamentale risorsa dell’individuo, con un inevitabile contrappeso malinconico, indispensabile alla regolazione dei nostri rapporti con la società, gli altri individui e soprattutto noi stessi, vedonsi le difficoltà di vita e relazione dei soggetti colpiti da Alzheimer.
    Concludendo, ben venga qualche oggetto, per quanto orrendo, conservato con affetto, l’importante come sempre è non esagerare.

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