Contratti d’affitto, matrimoni, trasferimenti e altri incubi metropolitani

44c92c853cd41596cfcbb83ef679197f[TRACK #38: Alanis Morissette, Crazy]

Sulla mia scrivania, stamattina, c’è in doppia copia un contratto d’affitto. Il mio primo contratto d’affitto. Fa un certo effetto, la cosa. Fino a oggi non ne avevo mai visto uno che riportasse il mio (vero) nome e cognome: Sig. Luca Gabriele.

Sorseggiando il caffè, lo sfoglio e lo leggo in ogni sua parte e mi soffermo, poi, più e più volte sulla dicitura “Il contratto ha la validità di n. 24 mesi”. Così, non posso fare a meno di pensare:

Due anni in questo appartamento. Saprò resistere tanto?

Già, perché non sono un grande fan della lunga conservazione. Prediligo piuttosto la meno impegnativa clausola “da consumarsi preferibilmente entro”. Ma cos’è che mi impedisce di prendere impegni a lungo termine?

Ed eccomi servito, subito dopo la colazione, qualcosa su cui ragionare:

Di cosa ho paura, dei legami o dei ristagni?

Oscar Wilde diceva: “So per certo quanto sia importante non mantenere gli impegni, se si vuole mantenere il senso del bello”. Ma è davvero vivendo come un cane sciolto che si conserva a vita il “senso del bello”? E, dunque, perché perfino Wilde che aveva così in odio gli obblighi sociali, alla fine, prese moglie e mise su famiglia?

Tornando a me: quel che sta accadendo è che da qualche tempo le cose hanno preso a stabilizzarsi in ogni campo. Dopo aver convissuto per nove anni con una certa idea di precariato e di libertinaggio, sembra che ora sia finito per sempre il tempo del subaffitto e dei cont(r)atti touch & go.

E all’improvviso ecco piovermi addosso una lunga serie di promesse alle quali sono chiamato a mantenere fede. Per prima cosa una gatta, raccolta dalla strada e subito ambientatasi nel mio letto. Poi, un abbonamento a Cosmopolitan. Più recentemente, una proposta di fidanzamento accolta di buon grado. E, in ultimo, un contratto d’affitto della durata di due anni.

Le cose stanno davvero cambiando. E io sarò in grado di mantener fede a tutto questo? E se a un certo punto mi stancassi di leggere Cosmo o di dormire con la gatta o di uscire sempre con la stessa persona o, ancora peggio, di vivere a Roma?

Il fatto è che io sono facile a stancarmi. E, per giunta, vivendo in una città come questa – ovvero una capitale, ma di certo non una metropoli -, è forte per me il rischio di raggiungere più o meno velocemente il livello di saturazione. La città non è poi così grande, e quel che ha da offrire presto o tardi si esaurirà.

Se poi hai poco meno di trent’anni e non hai vincoli, contratti di affitto o di lavoro che ti leghino a qualcosa o qualcuno, allora il rischio è ancora più elevato. E nel momento in cui ti rendi conto di aver presenziato tutte le serate, bazzicato in tutti i locali, visto tutti i monumenti e le chiese e, soprattutto, passato in rassegna tutti i possibili partner disponibili sulla piazza, è allora che ti trovi di fronte a un bivio: o ti sposi o ti trasferisci altrove.

E quando tutto cadrà nell’orrenda e inevitabile fossa del “già visto e già vissuto”, che farò? Abbraccerò con rassegnazione la filosofia del déjà vu oppure resterò fedele al mio connaturato nomadismo?

Non è dato saperlo, ma al momento so per certo due cose: questa è la casa dove voglio vivere per i prossimi due anni e sono disposto a trasferirmi altrove solo in caso di matrimonio. In questo appartamento non c’è abbastanza spazio per i cinque cani che avremo io e mio marito.

😉

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