Il mestiere di blogger illustrato a mio nipote

[TRACK #2: The Pussycat Dolls, When I grow up]

Samuele ha otto anni, due occhi grandi come fanali e una curiosità smisurata. Eredità di famiglia, sia gli occhi sia la curiosità. È il figlio di mio fratello Guido. Alla mia età mio fratello era già padre, lavorava in polizia da tre anni, aveva uno stipendio statale, una compagna e una casa di proprietà. Io a ventisette anni sono ancora figlio di me stesso, lavoro quando c’è lavoro, guadagno quando c’è da guadagnare qualcosa (molto di rado e molto poco), dello Stato mi disinteresso e fino a qualche mese fa vivevo in una stanza in subaffitto.

Mio fratello, mio nipote li vedo quando posso. Non di frequente. Compleanni, anniversari, matrimoni, feste comandate, ovvero in tutte quelle occasioni in cui la famiglia si riunisce ed è richiesta la mia presenza. Viviamo distanti. I miei genitori hanno lasciato Roma da diversi anni per ritirarsi in campagna, a un’ora e quaranta minuti di distanza. La distanza è irrisoria, eppure non riesco a trascorrere con loro più di tre giorni al mese. Impegni, studio, appuntamenti…

«Non c’è ragione», sostiene mio padre, «nessuna persona dotata di un minimo di buon senso continuerebbe a vivere in città». Io sono l’unico in famiglia che rifiuta l’idea di trasferirsi altrove. Traffico, autobus, metropolitana interrotta, le targhe alterne. Non so rinunciare al disordine.

Samuele è smisuratamente intelligente. Abitando lontano, vedendolo così poco spesso, a ogni incontro mi stupisco dei suoi progressi. Fa domande. Moltissime domande. Se gli si regala un giocattolo, che si tratti di un trenino elettrico (li producono ancora?) o dell’ultimo videogame di Ben Ten, la sua prima affermazione è «Come funziona?»

Ha l’abilità di smontare e rimontare ogni apparecchio elettronico che gli capita tra le mani per capirne il meccanismo. Conosce già l’informatica. Sa benissimo che cliccando sull’icona bianca e azzurra del desktop si apre iTunes e che inserendo i dati della mia carta di credito può scaricare la colonna sonora di SpongeBob in meno di cinque minuti.

Oggi sono a casa dei miei, in campagna. Aiuto Samuele con i compiti. Ha da un tema da sviluppare: «Che lavoro voglio fare da grande». Lui insiste nell’affermare che da grande vorrà fare il mio stesso lavoro. Inutile spiegargli che io, a ventisette anni, non ne ho ancora uno ben preciso. Per lui è sufficiente vedere suo zio incollato giorno e notte al pc, intento a battere sui tasti, per decretare che «lavora, molto e seriamente». Provo allora a spiegargli che cos’è una casa editrice, specificando però che suo zio non lavora in una casa editrice, che non produce libri, che non li scrive, ma che legge quelli degli altri e li recensisce. Perché suo zio non è uno scrittore o un editore e neppure un giornalista. Suo zio legge libri e ne dà un giudizio: tutto qua.

«E che lavoro è allora?», mi chiede.

«Si dice blogger».

«E che fa un blogger?»

«Scrive su un blog».

Vado sulla homepage di Pubzine. Gli mostro un articolo pubblicato di recente. Evidenzio in blu il mio nome riportato in fondo alla schermata.

«Guarda, qui c’è il mio nome! L’ho scritto io questo pezzo».

«E la foto?»

«Quale foto?»

«La tua foto, non ce l’hanno messa la tua foto…»

«Ma no che non c’è la mia foto, non sono mica uno scrittore famoso!»

«Capito…»

Colgo un accenno di delusione nei suoi occhi. Continuo a mostrargli articoli su articoli, rimbalzando da un sito all’altro. In meno di venti minuti ho passato in rassegna cinque anni di attività. Continuo a spiegargli con dovizia di dettagli in che cosa consiste il mestiere del blogger. Gli parlo di interviste, di manifestazioni, di fiere letterarie, dei forum in rete, dei tanti incontri che si possono fare, delle persone conosciute. Eppure non riesco in nessun modo a entusiasmarlo. Lui mi guarda in maniera interrogativa, poi, gelandomi il sangue nelle vene, mi domanda: «E chi lo legge quello che scrivi?»

«Non lo so», rispondo, «non li conosco i lettori dei miei articoli, a meno che non lascino un commento».

«E qualcuno li commenta i tuoi articoli?»

«Qualcuno, ogni tanto… non tanto spesso», confesso amaramente.

«Allora da grande non voglio più fare il tuo lavoro, zio».

«E che vuoi fare allora?», domando incuriosito.

«Il poliziotto, come papà».

«E perché?»

«Perché almeno papà ce l’ha la foto sul distintivo».

[precedentemente apparso su Pub – lettori alla spina]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...